lamiagente Un favoloso gruppo di amici

27apr/110

Chernobyl disaster 25th anniversary

24mar/110

The Sacrifice

To see absolutely, the documentary one of 24 mn of Wladimir Tchertkoff (2003), price of the best documentary scientist and environment. In the months which followed the catastrophe of Tchernobyl, a million liquidators were requisitioned to try to confine the engine on fire. The testimony of some among them, the death of the majority in the general indifference.

16lug/090

650 Million Years In 1:20 Min.

How earth became what it is today, and how it will be in the future..

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22nov/080

La storia delle cose

Ho come l'impressione che la freccia d'oro sia sia spuntata....

parte 1 di 3

parte 2 di 3

parte 3 di 3

5ott/080

Effetto serra, in Europa va peggio

L'effetto sulle nostre Alpi è evidentissimo e sconvolgente. Chi di noi ci andava da giovane se ne rende conto chiaramente.

Una volta scomparsi i ghiacciai (ma anche fortemente riddoti) sarà compromesso tutto il sistema idrogeologico. Forse questo non è così chiaro...

[via Il corriere]
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L’area mediterranea rappresenta la "fascia debole" per la posizione di cerniera fra le zone tropicali e le latitudini polari

I Paesi europei e i mari del nostro continente, si stanno rivelando più esposti ai cambiamenti climatici, rispetto ad altre aree del pianeta, con serie conseguenze per le zone costiere, la vita marina, la pesca e la salute umana.
Lo afferma un rapporto intitolato “Impacts of Europe’s changing climate”, elaborato da studiosi della Commissione europea, dell’Agenzia europea per l’ambiente e dall’Organizzazione mondiale della sanità, e reso di pubblico dominio domenica. Alla compilazione del rapporto hanno contribuito anche scienziati italiani attraverso un settore di ricerca dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (INGV) chiamato Gruppo nazionale di oceanografia operativa, diretto dalla professoressa Nadia Pinardi, con sede a Bologna.

IN EUROPA IL CLIMA AUMENTA DI PIU' - Che l’Europa e l’area Mediterranea in particolare, potessero rappresentare, nella geografia dei mutamenti del clima, una "fascia debole", a causa della posizione di cerniera fra le zone tropicali e le alte latitudini polari, era stato già previsto dagli scenari elaborati negli anni scorsi dal Centro euro-mediterraneo sui cambiamenti climatici. Ora i timori sono sostanziati dai dati rilevati sia a terra che dallo spazio grazie ai satelliti artificiali. L’aumento delle temperature nell’ultimo secolo è più marcato da noi (ben oltre un grado) che rispetto alla media globale (meno di un grado), fenomeno che viene attribuito alla dilatazione delle fasce tropicali.

IL MARE SI ALZA DI PIU' - Come conseguenza dell’aumento delle temperature, cresce il livello dei mari, sia per effetto della dilatazione termica che per lo scioglimento dei ghiacci polari e montani. Ma anche in questo caso, mentre a livello globale il tasso medio di crescita delle acque risulta di 3,1 millimetro l’anno (in netto aumento rispetto al secolo scorso), in alcuni mari l’anomalia è ancora più marcata. Contrariamente all’opinione comune, infatti, la risalita delle acque non risulta egualmente distribuita su tutti gli oceani della Terra, nonostante che essi siano in comunicazione fisica, ma cambia da zona a zona in funzione delle correnti oceaniche prevalenti e dei variabili effetti della gravità terrestre. Nei mari europei, in particolare, l’incremento del livello è più marcato che altrove, a causa dell’accelerato scioglimento dei ghiacciai del polo Nord e della Groenlandia. Le conseguenze di questi fenomeni, precisa il rapporto, fanno prevedere e già ora indicano un più pesante impatto negativo dei cambiamenti climatici sull’area euro-mediterranea.

GLI EFFETTI - Fra gli effetti a breve termine: l’intensificarsi delle inondazioni in coincidenza dei fenomeni meteorologici avversi come i cicloni, una più marcata esposizione delle coste all’azione erosiva delle onde, la sommersione di vaste aree pianeggianti che giacciono a livello del mare, le infiltrazioni di acque salate nell’entroterra con l’inevitabile inquinamento delle riserve di acqua dolce. Si tratta di avversità che possono essere affrontate con le cosiddette "misure di adattamento", ma che faranno crescere la spesa destinata alle opere civili necessarie per fronteggiarle e alla sanità che sarà chiamata sempre più spesso a intervenire per l’aumento delle malattie cardiovascolari e infettive indotte dai bruschi estremi climatici. Anche la vita animale accusa dei segni di difficile adattamento e di disordine rispetto a questa catena di effetti negativi, sottolinea il rapporto, come è dimostrato dalle anomale migrazioni di molte specie di pesci e di uccelli che cercano le condizioni termiche e ambientali più favorevoli alla loro sopravvivenza. Impatto economico negativo anche per la pesca, che già ora appare in crisi in diverse aree del nostro continente. Tanto che si pensa di dovere cambiare le norme vigenti che regolamentano modalità e tempi di questa fondamentale attività economica. «Il contributo fornito dal nostro Istituto alla migliore conoscenza dell’ambiente marino europeo e delle trasformazioni che esso sta subendo in conseguenza dei cambiamenti climatici - conclude il professor Enzo Boschi, presidente dell’INGV - è la dimostrazione di come la ricerca applicata nel settore geofisico possa dare un utile contributo anche alle attività economiche e sociali».

Franco Foresta Martin
05 ottobre 2008

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4set/080

Mai così caldo negli ultimi 1300 anni

[via Ecoalfabeta]
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L'ultimo decennio è stato il più caldo degli ultimi 1300 anni.

Lo afferma una ricerca appena pubblicata sui Proceedings of the National Academy of Sciences in cui è stata ricostruita la temperatura superficiale del pianeta negli ultimi duemila anni utilizzando diversi tipi di indicatori indiretti (ne parlo in questo post del 2006).

Il grafico qui sopra mostra la sintesi dei risultati. Ogni linea colorata rappresenta un diverso indicatore (noto agli addetti ai lavori come proxy; le zone colorate in modo più lieve rappresentano gli intervalli di confidenza al 95%. Il grafico riporta le anomalie rispetto alla temperatura media 1961-1990).

Le misure ottenute dai vari indicatori sono in discreto accordo tra di loro, soprattutto per quanto riguarda le variazioni. Dal grafico è abbastanza evidente che negli ultimi 2000 anni non è mai esistito nulla di simile all'attuale periodo di rapido riscaldamento.

Queste sono le conclusioni dei ricercatori: «Il recente riscaldamento appare anonalo almeno per gli ultimi 1300 anni... utilizzando anche i dati relativi agli anelli degli alberi questa conclusione può essere estesa almeno agli ultimi 1700 anni, anche se con qualche cautela.»
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24ago/080

La nicotina e la morte delle api

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Se vedete un’ape che muore, preoccupatevi. Albert Einstein disse: “Se l’ape scomparisse, all’uomo resterebbero quattro anni di vita”.
Le api producono miele, pere, mele, pomodori, trifoglio, erba medica, latte, carne. Trasportano il polline e trasformano il mondo in cibo. Le api, un bioindicatore dell’ambiente, sono una specie a rischio. Oggi loro, domani noi. Il Guardian nell’articolo “Honeybee deaths reaching crisis point” riporta che un terzo dei 240.000 alveari britannici è scomparso durante l’inverno e la primavera. Il ministro inglese Rooker ha dichiarato che, se non cambierà nulla, entro dieci anni non ci sarà più un’ape nell’isola. Le api contribuiscono all’economia britannica per 165 milioni di sterline all’anno per la produzione di frutta e verdura. Oltre al miele naturalmente. La Honey Association prevede che il miele locale sarà finito in Gran Bretagna entro Natale. Riapparirà sulle tavole soltanto nell’estate del 2009.
La crisi è mondiale. Il maggior produttore di miele è l’Argentina che ha ridotto del 27% le sue 75.000 tonnellate annue. Negli Stati Uniti (-25% degli alveari nel 2008) e nel resto del mondo le api ci stanno lasciando. In Italia è una strage. Nel 2007 sono morte il 50% delle api, persi 200.000 alveari e 250 milioni di euro nel settore agricolo. Ma non è una priorità. Gli inutili soldati nelle strade, il bavaglio alla Giustizia con la separazione delle carriere, le impronte ai bambini Rom, il lodo Alfano per la messa in sicurezza della banda dei quattro, gli inceneritori della Impregilo. Queste sono priorità!
Perché le api muoiono? Per l’ambiente, il clima, la varoa (un acaro), i pascoli trasformati in coltivazioni di soia per i biocarburanti, per i pesticidi, l’inquinamento dei corsi d’acqua. Gli alveari si spopolano per il fenomeno del CCD (Colony Collapse Disorder) perché la razza umana sta avvelenando il mondo.
Qualcosa in Italia si può fare e subito. Vietare l’uso dei pesticidi nicotinoidi. In Francia lo hanno già fatto. Sulle api hanno l’effetto della nicotina. Gli fanno perdere il senso dell’orientamento, non riescono a ritornare nell’alveare e muoiono.
Chi usa o produce un pesticida nicotiniode mette a rischio, oltre alle api, anche la nostra sopravvivenza. Datemi una mano, inserite nei commenti di questo post informazioni sui produttori, sugli utilizzatori, sulle conseguenze sull’ambiente.
Chi avvelena un’ape, avvelena anche te.
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[via Beppegrillo.it]

12ago/080

Blocchi di ghiaccio e blocchi di merda

Non posso esimermi dal quotare questo post di Beppe Grillo.
Qualcuno di voi pensa a quello che sta succedendo intorno a noi? E cosa state facendo, concretamente?

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[via Beppegrillo.it]

Gli orsi bianchi sono contaminati. Stanno diventando gialli. Le foche e i pinguini li avvistano da lontano e fuggono. Il giallo oro sulla neve bianca è meglio di un catarifrangente. Al Polo ci sono orsi sempre più magri che si lasciano trascinare su blocchi di ghiaccio dalla corrente. I ghiacciai si sciolgono, ma l’intero pianeta dedica le sue attenzioni alle Olimpiadi. La nostra civiltà e i ghiacciai rischiano di finire nello stesso momento.
I ghiacciai del Tibet-Qinghai Plateau si stanno sciogliendo a un ritmo del 7% all’anno. Entro il 2060 potrebbero scomparire, ma già ora il flusso con cui alimentano il Fiume Giallo e lo Yangtze è diminuito insieme ai raccolti di riso e di grano.
Il ghiacciaio Gangotri può scomparire entro vent’anni insieme al Gange che si trasformerebbe in un piccolo fiume stagionale.
Il ghiaccio dell’Himalaya si trasforma in fiumi, i fiumi in cibo per l’India e la Cina, due nazioni sovrappopolate. Qualche miliardo di persone può morire di fame, ma a Pechino le nazioni del mondo pensano al tiro con l’arco e al nuoto sincronizzato.
La razza umana è a suo modo simpatica, riesce a ballare anche sull’orlo di un vulcano durante un maremoto mentre un asteroide colpisce la Terra.
Quando i ghiacci dell'Antartide si scioglieranno, e avverrà presto, forse in meno di dieci anni, il livello dei mari si alzerà di CINQUE metri. I ghiacci della Groenlandia si scioglieranno subito dopo e il livello dei mari si alzerà di altri SETTE metri.
Qualunque essere umano che abiti in un posto inferiore ai DODICI metri sul mare dovrà traslocare. Uno studio dell’International Institute for Environment and Development ha stimato che il trasloco riguarderà 600 milioni di persone.
Gli umani diventeranno gialli come gli orsi. Saranno trascinati negli oceani come gli orsi. Non su blocchi di ghiaccio. Che non ci sarà più. Ma su blocchi di merda.
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12ago/080

Meriggiare pallido e assorto

di Eugenio Montale

Meriggiare pallido e assorto
presso un rovente muro d' orto,
ascoltare tra i pruni e gli sterpi
schiocchi di merli, frusci di serpi.

Nelle crepe del suolo o su la veccia
spiar le file di rosse formiche
ch' ora si rompono ed ora s' intrecciano
a sommo di minuscole biche.

Osservare tra frondi il palpitare
lontano di scaglie di mare
mentre si levano tremuli scricchi
di cicale dai calvi picchi.

E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com' é tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.

7ago/080

Grandi discariche crescono…

Qualcuno pensa ancora che pagando una piccola tassa per lo smaltimento dei rifiuti elettrici il problema sia risolto.
L'importante è mettersi in pace con la propria coscienza e far finta di nulla...


[via La Repubblica]

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E-waste, denuncia di Greenpeace
La nuova pattumiera è il Ghana


Le stime Onu parlano di 20-50 milioni di tonnellate di rifiuti ogni anno
Contengono elementi tossici che mettono a rischio ambiente e salute umana
di Antonio Cianciullo

E' il remake di un film degli anni Ottanta, un brutto film. Gli slum africani utilizzati come pattumiera dei veleni dei paesi ricchi, i primi vani tentativi di bloccare il traffico, la rivolta dei nigeriani che, esattamente vent'anni fa, sequestrarono una nave italiana, con 24 uomini di equipaggio, come arma di pressione per costringerci a risanare la discarica pirata di Port Koko. Adesso ci risiamo. Nella versione tecnologicamente avanzata dell'e-waste, il rifiuto elettronico che fluisce sempre più abbondante. La nuova pattumiera del mondo industrializzato è il Ghana: è qui che finisce una buona parte degli oggetti che fino a un istante prima dell'abbandono sembravano indispensabili e che all'improvviso si sono rivelati inutili, cancellati nella possibilità d'uso da memorie più potenti, software più avanzati.

GUARDA LE FOTO

La denuncia viene da Greenpeace che, con un'azione di "spionaggio industriale" è riuscita a ricostruire il percorso delle nuove navi dei veleni. Il punto di partenza per l'Europa è Anversa, in Belgio, dove confluiscono scarti elettronici provenienti da Olanda, Germania, Italia, Danimarca e Svizzera. Non si tratta di piccoli numeri. Le stime Onu parlano di 20-50 milioni di tonnellate di rifiuti tecnologici prodotti ogni anno: i Raee, ovvero i rifiuti derivanti da apparecchiature elettriche ed elettroniche, rappresentano la tipologia di rifiuti pericolosi in più rapida crescita a livello globale (3-5% annuo, nel 2006 ogni cittadino europeo ne ha prodotto tra 17 e 20 chili all'anno). Contengono elementi tossici e persistenti (metalli pesanti, ftalati, pcb) che rappresentano un rischio per l'ambiente e la salute umana nelle fasi di trattamento, riciclaggio e smaltimento.

Dunque roba da maneggiare con attenzione. Ma le foto che potete vedere mostrano cosa succede veramente. Oggetti pericolosi trattati senza nessuna precauzione anche da bambini, materiale tossico bruciato vicino alle case, pozze di liquame contaminato in cui tutti sguazzano. E' questa la fine che fa una buona parte dell'e-waste occidentale: si perdono le tracce del 75 per cento dei rifiuti tecnologici prodotti nell'Unione Europea e di oltre l'80 per cento di quelli prodotti negli Stati Uniti. In parte restano nei garage e nelle cantine, in parte vengono smaltiti illegalmente nei paesi in cui sono stati usati, ma in buona parte salgono sulle navi dei veleni per arrivare nei luoghi in cui i lavoratori, spesso bambini, sono esposti ai rischi legati al cocktail di composti chimici che questi rifiuti sprigionano quando vengono trattati in modo non adeguato.

In Ghana l'indagine di Greenpeace ha messo in evidenza una rete di cimiteri clandestini. Le navi ufficialmente cariche di "beni elettronici di seconda mano" arrivano nel più grande porto del paese, a Tema, e da lì prendono la strada del centro di smaltimento di Agbogbloshie, ad Accra, la capitale. Oppure si sperdono nel marasma dei piccoli cimiteri sparsi un po' ovunque. Greenpeace ha fornito i dati relativi a quello di Korforidua, ma è un esempio tra tanti.

Un disastro ambientale, sociale, umano che rappresenta l'altra faccia del disastro politico che ci coinvolge direttamente. Vent'anni fa l'Occidente chiuse gli occhi sulle rotte dei veleni finché il contenzioso internazionale divenne troppo aspro per ignorarlo. Ora la capacità di risposta dei paesi che subiscono l'arrivo clandestino dei rifiuti elettronici (dall'Africa alle piazze asiatiche) è più alta ed è prevedibile che la tensione tornerà a salire molto presto.

(5 agosto 2008)